Nel ritratto del Cinque e Seicento si gioca una doppia partita: dichiarare il potere di chi ha pagato la tela, e nascondere quel potere abbastanza da farlo sembrare grazia naturale. Raffaello dipinge la sua Fornarina a metà fra musa, amante, prova di virtuosismo: la firma è sul bracciale di lei, come a dire chi possiede chi. Holbein costruisce il ritratto di Enrico VIII come uno scudo: la posa frontale, le spalle imbottite, il vestito gioiello — il corpo del re reso letteralmente architettura.
E poi c'è la Beatrice Cenci attribuita a Reni: una nobile diciottenne romana decapitata nel 1599 per parricidio, dipinta — secondo leggenda — la sera prima dell'esecuzione. È un ritratto di sconfitta, non di potere. Ma è entrato nella storia accanto a quelli dei papi, perché racconta lo stesso mondo dal lato sbagliato.